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La Vite e il Vino.

Il suo mito, è uno dei più controversi e variegati. A lui sono legate figure ambigue come i Satiri, metà uomini e metà bestie, immagine fisica di quello che il vino può fare ad ognuno di noi. Impersonifica la rinascita, il cambiamento.

Dionisio, Bacco per i Romani, è legato alle viscere della terra per la morte della madre e vive nel difficile equilibrio tra il diverso effetto provocato dall'alcol al corpo, alla mente o al cuore. Il corpo esulta fino al crollo, il cuore ama e la mente è libera.

La gravità è molto percepibile quando siamo inebriati dall'alcol. Si starebbe sdraiati per ore, a parlare, in silenzio, a godersi la gioia dello stare uniti. Come il vino, fatto dall'unione di clima, terra, uomo e contesto.
La gravità è tutto per la vite. Il suo portamento è fortemente legato al suolo e i vigneti più vocati, sono quelli in cui la pianta riesce ad avere una relazione migliore con esso e a sviluppare il suo “Io” potenziale, attraverso le radici.

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La vite segue il ritmo delle stagioni meglio di altre piante ed è legata al calore, al Sole, al Leone, all'Ariete e al Sagittario per tutto quello che riguarda il suo frutto. Nel colore del fiore ritroviamo Giove. Nel suo essere perenne, Saturno. Nei viticci, lo stesso movimento di Mercurio...

Si nutre di Luce più di altre piante perenni, ogni anno cerca di staccarsi dalla terra e raggiungere il punto più “vicino” al sole. Come il cipresso, emblema dell'essere “apollineo”, anche lei pur essendo “dionisiaca” e tendere all'orizzontalità, si slancia in verticale ma ricade, ha bisogno di un supporto, spesso dato dall'uomo.
La vite è una pianta fortemente atipica nel suo racchiudere molteplici caratteristiche, come si è soliti definire le piante medicinali.

Produce un frutto relativamente facile da lavorare per ottenere una sostanza molto discussa, anche nell'antroposofia.
In effetti, come diceva R. Steiner in merito ad alcol e nicotina, queste sostanze portano uno squilibrio soprattutto vibrazionale interferendo sul nostro ritmo vitale e sulla progenie...”est modus in rebus”. La biodinamica dovrebbe quindi fermarsi all'uva ma di fatto, lavorare e crescere un vino mantenendolo in contatto con le forze che lo hanno creato, forse consentirà a quell'alcol di integrarsi al contesto meglio di un alcol/vino trattato in modo impersonale......basti pensare ai vini di Nicolas Joly.

La vite ama così tanto il posto in cui vive da aver fatto coniare all'uomo il termine di Terroir. Ama la luminosità del 501 e dello zolfo, protegge la sua forma con il rame e gode del lavoro svolto dal 500 nel rendere il terreno così vitale, non solo per lei.

Il vino, anche lui frutto della luce e del calore, rappresenta uno dei tanti esempi agricoli di interazione tra uomo e natura. Uno dei pochi a poter stare chiuso in un recipiente così a lungo, per raccontare la storia di decenni. Una soluzione dotata di vitalità che come Dionisio conosce il "buio degli inferi", ma una volta stappato e tornato alla luce, compie il suo gesto liberatorio.

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