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Certi Amori Non Finiscono Mai. Il Pallò.

Pallo 1

Quando certe situazioni ricompaiono impreviste, capita di riflettere sul percorso che ti ha portato al presente.

Tutto è iniziato nel 2009, anno in cui avevo in mente di fare un vino bianco da Trebbiano, Malvasia e San Colombano per la Tenuta Belvedere di Firenze, con cui condividevo princìpi e pratica della Biodinamica. All’epoca già utilizzavo con molta attenzione i contenitori in rovere dopo il 3° passaggio e non condividevo l'intento molto comune, sia tecnicamente che economicamente, di produrre ovunque dei vini capaci di interagire con il legno. Così, nel valutare il processo più concreto per l'obiettivo, mi sono accorto che la fornace Artenova stava scoprendo o riscoprendo, il ruolo della terracotta toscana nella lavorazione dell'uva e del vino. Ho da subito creduto nel progetto.

Le incognite erano tante, due delle quali non irrilevanti: la tenuta con relativa porosità della terracotta e la chiusura.

La cera d'api a rivestire l'interno e l'intuizione che ebbi di utilizzare i chiusini in acciaio inox, hanno fatto dimenticare il bisogno di un supporto rotativo che permettesse all'anfora di non poggiare su pavimento o pedane e migliorasse le prestazioni tecniche, facilitando nel contempo le operazioni di cantina.

La chiusura d'acciaio si è confermata valida ed è tuttora utilizzata, con l'unico limite di portare il colmatore/bollitore che non consente di ottenere l'effetto di sottovuoto necessario al processo di ossigenazione e di evitare il rischio di ossidazione, soprattutto per recipienti così piccoli.

Pallò2

Di fatto le anfore fatte nel 2009, mi sembrano ancora l'unico punto d'arrivo per la terracotta toscana. Le ho utilizzate quando possibile, oltre che da Belvedere anche da Andrea Scovero in Piemonte, alla Fattoria di Poggiopiano a Firenze e nell'azienda dei miei, Fattoria Le Sorgenti.

Sicuro di quanto scritto, complice forse il caldo di questa estate, ho risposto all'invito di Massimo Carbone, dell'omonima fornace, in modo diretto e senza aspettative. Sono andato da lui per conoscerlo (grazie a Patrizia Bosetti, carissima amica, che ci ha presentati!) per dirgli che sarebbe stato inutile cercare di creare un contenitore in terracotta complementare - e non copia - di quelli già prodotti.

Impossibile plasmare in modo artigianale un'anfora con una superficie esterna tanto uniforme, da poggiare su un ideale supporto rotativo e con una chiusura auto serrante, atta a valorizzare la forma ed il materiale scelto.

Ma l’entusiasmo dei collaboratori di Massimo, due giovani fratelli Francesca e Davide, nati anche loro nel rione del Pallò, uno dei quartieri dell'Impruneta che insieme agli altri, danno vita ogni anno all'antica Festa dell'Uva, ci ha fatto riflettere. Deludere la voglia di provare basata, per Francesca, sulla concretezza dei nostri pensieri ed esperienze, sarebbe stato cinico, secondo Beatrice, quindi si è iniziato.

Loro con la terra, noi con una lavagna a fogli. Mentre ci si accorgeva che niente serviva a creare una forma regolare, neanche uno stampo di gesso, Massimo con estrema serenità, ha deciso di procedere a mano, soprattutto per realizzare la chiusura in terracotta. L'obiettivo di poterla sposare con un supporto rotativo si stava concretizzando, anche nel valore estetico. Ordiniamo le ruote, facciamo realizzare il supporto e cuociamo i primi Pallò.

Tutto pronto per la prova.

lavorazione 16 copia

La chiusura auto serrante con doppio fondo, guarnizione e camera d'aria, funziona alla perfezione e si decide di brevettarla. L'acciaio inox necessario alla rigidità del supporto, è stato quindi privato di una funzione estetica per ripartire da funzionalità e sicurezza, con l'obiettivo di continuare a cercare il giusto modo per ottenere l'aspetto visivo per cui Pallò è nato.

Per info: Vinibio.bio

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